Starbene/Vita di studio

Paura del dentista? Chi non ce l’ha o non l’ha mai avuta?

Schermata 2017-07-10 alle 12.46.49È strano che proprio i dentisti abbiano il primato dei pazienti terrorizzati e fuggitivi. Come gli psicoterapeuti.

Anch’io ho avuto paura all’inizio. Siccome sono uno psicoterapeuta che va volentieri dal dentista, lo stesso da quasi 40 anni, credo di aver avuto qualche possibilità per capire come mai tanta gente si tiene dolori e sofferenze piuttosto che sedersi nelle nostre poltrone e chiedere aiuto. La cosa è anche strana perché molti professionisti con ruoli sanitari o d’aiuto sono vissuti come dei benefattori o come minimo come delle persone a cui ci si rivolge volentieri e che quasi sempre ci fanno del bene mentre il dentista passa per lo più come un torturatore, inevitabile, ma pur sempre nefasto. E ripeto, come gli strizzacervelli, che già il nome dice tutto. Ma restiamo sui dentisti: ho un po’ riflettuto e cercato anche qualche risposta leggendo qua e là e mi sono convinto che chi ha paura del dentista ha proprio ragione. La risposta l’ho trovata, come spesso accade, in una ovvietà: la bocca è una parte del corpo molto intima e particolarmente sensibile, non certo facile da aprire e tanto meno accogliente verso le mani di uno sconosciuto che impugna ferraglie rotanti e perforanti. Ma andiamo… vi sembra semplice, da svegli, spalancare la bocca e stare a sentire da dentro e ascoltare da fuori rumori sinistri e risucchi, per non parlare delle inevitabili ripercussioni sulle parti ossee della mandibola e del cranio? Non so se vi è mai capitato di fare un’operazione alle emorroidi con l’anestesia locale. Sentite tutto, tranne il dolore, ma è la stessa cosa! State rabbrividendo? Ecco bene, ho dato l’idea. La chiamano odontofobia tanto per complicare le cose e renderla un affare per medici e psichiatri, ma non fatevi abbindolare: la paura del dentista è del tutto naturale e fate bene a provarla. Prima di tutto, prima di cominciare a dire cosa si può fare per ridurla, è bene cominciare a pensare che non c’è nulla di male a essere spaventati e che come tutte le paure naturali questa paura è il sistema biologico di allarme che mette in guardia gli esseri umani di fronte a qualcosa di pericoloso (può far male?), di sconosciuto (cosa mi farà il dentista?) e di impegnativo e incerto (ce la farò, finirà bene?).
Naturalmente se fosse un intervento che so al gomito o a un piede chissenefrega, ma le mani in bocca è un’altra cosa. Secondo punto da ricordare: la bocca è, come accennavo, una parte del corpo molto delicata, è un orifizio, è il primo e più importante organo di senso del bambino e dunque di ciascuno di noi, è fragile e sensibile, è la sede del gusto che reagisce immediatamente e perfino involontariamente se entra in contatto con qualcosa di disgustoso. Da bambini bastava che il medico ci infilasse una palettina per schiacciare la lingua e guardare lo stato delle nostre tonsille che partivano conati di vomito improvvisi e urla strepitanti. Vero? E poi i dolori che proviamo là dentro sono spesso lancinanti, anche solo mordersi la lingua fa un male cane. La bocca poi è pudica e sensuale, l’apriamo per baci profondi solo con chi condivide un’empatia e un’intimità né casuale, né frettolosa, né superficiale. E certo (quasi mai e solo per certe professioni) non con sconosciuti. Terzo punto: come scegliete un dentista? Un conoscente vi ha detto che è bravo, il migliore della zona. E poi? Poi si va là, al patibolo, senza neanche averlo visto prima, il boia! Spesso ve lo trovate davanti già con la mascherina, già pronti voi col succhiasaliva incastrato sotto la lingua a fare i suoi osceni gorgoglii, e lui a infilarsi quei volgarissimi e viscidi guanti di lattice. E vi dice anche “cosa abbiamo qui oggi?”, “ma guarda guarda che disastro ‘sta carie, vediamo fin dove si è infilata?”. Per non parlare dei rituali, ma pur sempre colpevolizzanti, rimproveri, tipo: “Ma cosa aspettava a venire, che cadessero?”, “ma da quando non fa l’igiene dentale”, “che disastro, vediamo se riusciamo a salvarle ‘sto dente”. Tutte frasi cercate accuratamente per farvi credere di essere nelle mani di un salvatore, per farvi venire un senso di colpa mostruoso e naturalmente per indurvi (ma l’effetto è sempre il contrario) a tornare da lui (o lei) ogni due mesi per i prossimi vent’anni. Un marketing terroristico persecutorio! Naturalmente, finito il lavoro lui, il dentista, vi molla di colpo, dice “ecco fatto” tutto soddisfatto e vi pianta lì senza neanche un bacetto, una carezza, un “ti telefono”, nemmeno una pausa insieme, dopo, così per fare due chiacchiere, rilassarsi insieme e insieme dire “è stato bello”. Ci piantano lì con le loro ancelle che, se va bene, cercano di fare le spiritose. E non dovremmo aver paura? Come avrete capito io amo appassionatamente il mio dentista perché non è niente di tutto questo. Sia chiaro non ne sono più innamorato, quello è stato l’inizio, ora io, semplicemente, lo amo. Prima di tutto è accogliente, un omone burbero benefico, e si lascia accarezzare mentre “mi fa”. Dico sul serio, ho con lui un rapporto di gratitudine perché stiamo insieme da quarant’anni, io l’ho scelto, insieme abbiamo affrontato la crisi del settimo anno, quando un suo perno ha fatto cilecca due volte, e l’ho perdonato. Una volta mi ha anche tradito lasciandomi nelle mani di un suo collaboratore, bravo anche lui per carità, ma io sono per i legami lunghi, mi affeziono e anche la mia bocca a lui si apre generosamente, si adatta alle sue mani, lo accoglie. Dopo quel breve periodo di tradimento gli ho chiesto se voleva tornare da me e lui ha detto sì. Anche lui mi ha perdonato per quel periodo in cui ho saltato per due o tre anni la detartrasi. Insomma la mia bocca, con lui, la tratto bene. Scherziamo sempre prima e dopo, anche durante a dire il vero, io mugugno (anche se lo ammetto non proprio di piacere) e lui mi carezza la fronte quando mi fa riposare fra un “assalto” e l’altro. E’ gentile e comprensivo sa che ogni tanto devo respirare e deglutire. Capite cosa voglio dire? Veniamo allora ai rimedi. Punto uno: il dentista deve essere o diventare una persona cara, va scelto attentamente non solo perché è tecnicamente bravo, ma soprattutto perché sa mettere a proprio agio il sistema di controllo della vostra muscolatura. Già, perché per lasciarsi andare un essere umano deve sempre sentirsi al sicuro, fra braccia accoglienti e protettive. Su quella sedia, il più delle volte distesi, siamo tutti bambini e loro, i dentisti devono essere tutti, maschi o femmine, madri amorevoli e comprensive. Punto. Niente scuse signori dentisti: il vostro lavoro sta nel mettere le mani in bocca a un adultobambino che, a volte, neanche alla mamma lascia un simile ardire. Un adulto-bambino già spaventato di suo (da una cultura che rende fin dall’infanzia un essere umano un paziente, un oggetto rotto da ripristinare) deve essere trattato con compassione; che abbia dieci o novant’anni in noi alberga una memoria di ferro per ciò che ci spaventa, come un archetipo millenario che ci fa rabbrividire. Per superare una paura ci vuole fiducia e pazienza, e poi la frequenza se non proprio piacevole almeno indolore, quella persistente nuova informazione che, dai e dai, sconfigge i pregiudizi più antichi. Ma soprattutto un paziente si deve sentire in qualche misura “amato”. Sì amato come dovrebbe essere sempre un essere umano che soffre, accettato incondizionatamente, che vuol dire in ogni caso, sia quando si comporta bene che quando ha paura, sia che accetti quel po’ di dolore di una punturina di anestetico e sia che ne sia terrorizzato. A proposito di punture, ma vogliamo mettere la paura delle iniezioni? Io mi ricordo ancora mia mamma che mi rincorreva per casa con quelle mastodontiche siringhe di penicillina che poi per due giorni lasciavano un livido dolorosissimo nel sedere. Siate comprensivi signori dentisti, quanti di voi si farebbero un’iniezione in bocca, fosse anche una di quelle sciocchezzuole sottocutanee da omeopati? “Ma non è niente! Un uomo grande e grosso come lei!”, “Cosa vuole che sia signora. Lei ha fatto due figli, non faccia la bambina!” Ma certo che è una bambina! Lo diventiamo tutti lì sdraiati, con le gambe per aria, la bocca aperta, totalmente indifesi. Punto due: facciamo conoscenza! Ma veramente: “Ha un po’ paura? Le spiego cosa devo fare e (soprattutto) come, le dirò anche man mano quello che sentirà, no dolore no, le faccio un’anestesia con un ago di ultima generazione sentirà solo come una lievissima puntura di spillo”, “Lei è abituato al dentista? Ci va spesso?”. E dopo, dai due chiacchiere anche dopo: “Non le ho fatto male, vero?” Guardi che adesso quando va a casa succederà questo… non si preoccupi e se c’è qualcosa telefoni”. Non per spaventare, ma per mettersi a disposizione. Tanto si sa che poi non serve. Punto tre: togliete quei manifesti terribili alle pareti, con le conseguenze di carie non trapanate e tartari aggressivi. Credete che i teschi sui pacchetti delle sigarette servano a qualcosa? I dentisti devono essere capaci di diventare il luogo con cui noi poveri mortali e “cariatidi” ci prendiamo cura di una delle nostre parti più delicate, intime, belle e utili del nostro corpo, devono essere ambìti (desiderati) più di un chirurgo estetico, che poi per l’autostima non serve a niente, e fa anche più male. I dentisti devono diventare un “assistente sanitario”, un amico che visitiamo volentieri come per farci misurare la pressione e pulire l’intestino, cose così. Devono essere uomini e donne che ci capiscono e ci aiutano a superare un’ancestrale difficoltà a farci “penetrare”: non dobbiamo nemmeno dimenticare che le labbra, la lingua, il palato, le gengive, i denti hanno anche un valore simbolico profondo, non voglio fare lo psicoanalista, ma insomma in fondo lo sono, e vi devo pur dire che tutti sogniamo che ci cadano i denti quando siamo in difficoltà e sotto stress. Mia mamma ha cominciato a sognare in modo ricorrente di perdere i denti man mano che i figli crescevano e se ne andavano. Ad altri capita lo stesso se si sentono nella vita senza armi e senza potere. Molti digrignano i denti per la rabbia repressa, se li limano involontariamente notte dopo notte spuntandosi quelle zanne che non possono più usare. Antichi traumi infantili si slatentizzano (escono fuori dall’inconscio) fra le vostre mani incaute e inconsapevoli e voi dovreste semplicemente accoglierli e dimostrare quanto sono antichi e inutili, ormai, fra le vostre amorevoli mani. Tutte le paure (che sono sempre ricordi di brutte esperienze del passato proiettate nel futuro) si superano grazie a una relazione rassicurante e protettiva che consente di affrontare situazioni simili con nuove capacità, con nuove persone accanto e in nuovi contesti. Pensateci bene: pillole, anestesie totali (il rimedio furbastro consigliato a chi ha paura del dentista), psicofarmaci ecc. abbassano solo la percezione, ma il terrore resta lì, pronto a emergere quando meno te l’aspetti, anche la notte dopo, o prima, e dopo un mese, e per sempre. Le nuove esperienze assistite, supportate da una persona che dà fiducia e a cui viene data fiducia, consentono invece a quell’adulto-bambino spaventato di trovare nuove risorse da adulto vero, finalmente ben informato e consapevole di ciò che accadrà, capace ora di decidere di sconfessare un vecchio automatismo da fuggitivo e superare la vecchia paura, non evitandola o nascondendola, ma riducendola quel tanto che basta per non ritirarsi. Poi le nuove esperienze man mano dimostreranno quanto le infauste previsioni fossero “solo” ricordi. Veri, di sicuro, allora, ma ormai inattuali. Il segreto (come per una buona psicoterapia e un buon insegnamento scolastico) è una relazione in cui siamo accettati e riconosciuti per come siamo, in cui ci sentiamo realmente protetti e presi in cura amorevolmente. Coraggio dentisti, vogliateci bene!

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