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La masticazione mantiene attivo il cervello

brain-youredmGià dal 1939 era stata dimostrata tramite elettroencefalografia la correlazione tra attività masticatoria e funzioni cognitive (Hollingworth 1939), e nel 2002 è stato dimostrato un aumento di memoria episodica, numerica e spaziale in un gruppo di soggetti “masticanti” rispetto a soggetti “non masticanti” (Wilkinson 2002).

In questa recentissima revisione emerge come in quasi ottanta anni di letteratura si sia consolidata l’evidenza che la masticazione aumenti l’attività neuronale e l’apporto di sangue all’ippocampo e alla corteccia prefrontale aumentando le capacità di memoria e apprendimento, ma anche di come una occlusione non corretta o priva di unità masticatorie possa portare al contrario a deficit cognitivi.

Da una parte, questo aumento di attività cerebrale è dato dal costante input sensoriale periferico dell’atto della masticazione e dalla propriocezione orale, che a sua volta stimola l’attivazione della formazione reticolare e indirettamente i centri superiori di apprendimento, attenzione e memoria.

Da un’altra parte, il Fattore di crescita nervoso (NGF), capace di influenzare la crescita dei neuroni, è prodotto in parte nelle ghiandole salivari e il suo rilascio è aumentato durante la masticazione.

È interessante notare come ci sia un collegamento tra disarmonia occlusale e alterazione del livello di questi fattori di crescita; il calo del livello di NGF influenza il meccanismo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che a sua volta porta all’aumento di secrezione di corticosterone, ormone che diminuisce l’eccitabilità dei neuroni e può portare infine alla loro morte.

A contribuire negativamente sulle capacità cognitive è anche essere lo stress, condizione nel quale c’è un importante rilascio di corticosterone. A questo proposito la masticazione viene considerata una strategia di adattamento (coping) che gli individui mettono in atto per proteggersi dagli effetti dello stress, perché contribuisce ad abbassare i livelli plasmatici di corticosterone, oltre che di catecolamine e ossido nitrico (tutte molecole collegate allo stato di stress).

Sembra poi che il numero di denti che un individuo perde nel corso della vita possa essere correlato al rischio di sviluppare demenza. A questo proposito, tra gli studi citati, spicca quello condotto su 3.063 adulti over 60: è stato visto che il gruppo di individui che avevano perso una media di 18,7 denti avevano anche una diagnosi di demenza, quelli con una media di 10,2 denti persi avevano un leggero impairment cognitivo, e quelli con una media di 9,2 denti persi erano cognitivamente performanti. Un altro studio riportato nella revisione, condotto su 195 adulti, mette in relazione il volume di materia grigia cerebrale e il numero di denti rimanenti; emerge che a un ridotto numero di denti corrisponde un significativo decremento di materia grigia attorno alla regione ippocampale e al lobo frontale.

Negli adulti è quindi importante per “tenere attivo il cervello” mantenere la corretta masticazione il più possibile nel corso degli anni, evitando di perdere denti e unità masticatorie, ed eventualmente riabilitando in modo conservativo o protesico quelle venute a mancare.

Krishnamoorthy G, et al. Mastication as a tool to prevent cognitive dysfunctions. Japanese Dental Science Review (2018), https://doi.org/10.1016/j.jdsr.2018.06.001

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