Editoriali

Ghirlanda apre la bocca ed escono parole

A Milano si dice: “derva la buca, foera parol” (apre la bocca e fuori parole). È proprio il caso di citare il detto milanese per commentare le dichiarazioni del dottor Ghirlanda, presidente nazionale dell’ANDI.

In merito al fatto, riportato dalla stampa, di un paziente HIV positivo al quale, in uno studio dentistico romano, sono state rifiutate le cure, il dottor Ghirlanda, presidente nazionale ANDI dichiara:

“non c’è stata nessuna discriminazione ma il collega ha applicato le norme…Lo studio privato non è un ambulatorio, per cui alcuni studi sono attrezzati e altri no. Il collega, in questo caso, ha fatto bene qualora abbia ritenuto di non avere quelle dotazioni strutturali, tecnologiche e organizzative necessarie. Ha quindi agito correttamente, rispetto alle sue prerogative organizzative, per tutelare il personale di studio, se stesso e i pazienti successivi, secondo prudenza in termini di prevenzione del rischio.” (Adnkross 11,01,2019)

Siamo veramente al ridicolo. Ma lo sa il dottor Ghirlanda che circa il 50% dei sieropositivi per HIV non sa di esserlo? Lo sa che ci sono, in Italia, centinaia di migliaia di sieropositivi per HCV? Lo sa che per uno che dichiara la propria sieropositività ce ne sono due o tre che non la dichiarano affatto? E allora? Come la mettiamo con quelli che non lo dicono? Visto che “non ci sono quelle dotazioni strutturali, tecnologiche e organizzative necessarie”? Ma lo sa il dottor Ghirlanda che mla “ l’81/08 impone agli studi odontoiatrici di predisporre e adottare tutti quei protocolli operativi e procedure che garantiscano la prevenzione delle infezioni crociate, Hiv compreso. La direttiva “ferite da taglio introduce una maggiore prevenzione per gli operatori sanitari dal rischio di contagio.
Nel 2012 il Ministero della Salute ha pubblicato delle Linee guida “Popolazione tossicodipendente: indicazioni per la promozione della salute orale ed interventi di prevenzione e protezione“, all’intero delle quali ci sono indicazioni sul trattamento dei pazienti affetti da HIV “ (odontoiatria 33 Ci si può rifiutare perché non attrezzati? No, perché lo studio odontoiatrico deve essere dotato di tutte quelle precauzioni per prevenire qualsiasi forma di contagio o di trasmissione d’infezione (quindi anche Hiv), ricordava in un approfondimento sul tema il prof. Marco Scarpelli, odontologo forense, in un approfondimento sul tema su Odontoiatria33.  Nell’ipotesi nella quale si ipotizzi un maggior rischio nella cura di un paziente sieropositivo –ricordava il prof. Scarpelli- andrebbe invece valutato come le cautele di prevenzione e protezione nella cura del paziente debbano essere impiegate con qualsiasi paziente sia esso sieronegativo, sieropositivo o non noto. Va infatti considerato che nella propria clientela possono esserci anche soggetti sieropositivi che non lo hanno dichiarato o sieropositivi che non ne sono, ancora, al corrente”. (Odontoiatria 33 n.2027 15, 01,2019)

E quali sono le dotazioni tecnologiche, strutturali e organizzative che mancherebbero?

  • Autoclavi e linea di sterilità
  • Circuito di disinfezione e sterilizzazione programmato e controllato
  • Personale di studio (ASO) diplomate e preparate da enti formatori riconosciuti dalle Regioni

Ma allora ciò che mancherebbe sono i requisiti minimi per la sicurezza nel rispetto della legge 81/08. A questo punto in casa ANDI ci si accorge di averla fatta grossa e in un successivo comunicato (13-01-2019) si afferma: “A seguito dei commenti apparsi sulla stampa, l’Associazione Nazionale Dentisti Italiani respinge con fermezza qualsiasi possibile dubbio interpretativo e sottolinea in via ultimativa la propria posizione sulla questione, al fine di evitare di montare un “caso”, basandosi su presupposti inesistenti o fuorvianti. ANDI ribadisce fermamente come tutti gli studi odontoiatrici italiani siano costantemente al fianco dei cittadini e pongano scrupolosamente in essere tutte le cautele e le attenzioni per tutelare la loro salute, essendo tutti dotati di quanto necessario per sostenere la cura di pazienti con patologie infettive, di qualunque genere esse siano; fermo restando il diritto e dovere per il professionista di richiedere ogni informazione anamnestica medica prima di intraprendere una qualsiasi azione terapeutica”.

E allora cosa stava dicendo Ghirlanda a proposito del collega che ha fatto bene a mandare via il sieropositivo… per proteggere sè stesso, il personale e gli altri pazienti? Ribadisco, il commento più semplice lo affidiamo alla saggezza popolare: “derva la buca, foera parol”.

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